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La difesa personale nel processo di autodeterminazione delle donne

“L’aggressività deve essere intesa come quella disposizione istintiva che orienta a conquistare e a difendere il proprio territorio fisico, psichico e sociale nelle sue forme più diverse, o, in altri termini, quell’istinto che guida a riconoscere, ad affermare e a proteggere la propria identità”

(Marina Valcarenghi, in L’aggressività femminile, Bruno Mondadori, 2003).

 

L’associazione Progettarsi  realizza corsi di difesa personale per donne di qualsiasi età e di qualsiasi condizione in collaborazione con http://www.barbarosystem.com/.

 Salvaguardare la propria incolumità non comporta necessariamente essere superdotate fisicamente. Qualsiasi persona, opportunamente allenata, può imparare a prevenire situazioni rischiose e a contrastare aggressioni. Soprattutto un allenamento di autodifesa dà maggiore sicurezza aiutando la donna a prendere coscienza del proprio corpo come non-debole. Il che la aiuta anche ad assumere un atteggiamento meno vulnerabile.

 Il problema dell’aggressione alle donne, tuttavia,  è in minima parte contestualizzabile con la strada e con l’orario notturno. Sappiamo che il vero pericolo per le donne è costituito dalle persone a loro più vicine, mariti, partner o ex partner, quando non padre o fratello, amico di famiglia o parente. 

 Per imparare a difendersi occorre stabilire una maggiore collaborazione tra mente e corpo, anzi un’alleanza vera e propria che, a partire dal corpo, stimola la mente in modi inediti. Partire dal corpo può significare conoscersi quel tanto di più rispetto all’idea che ciascuna ha di sé,  entrare in contatto con delle possibilità di esprimersi mai contemplate prima, che possono fare la differenza in molti momenti della vita. 

Nella storia dell’umanità il corpo è stato spesso “assoggettato”, “mortificato”,  in nome della salute dell’anima. Le cose oggi sono cambiate, almeno nel mondo occidentale, e il  corpo è pensato essenzialmente in termini di apparenza:  ci si preoccupa di curare l’aspetto esteriore, ci si adopera per apparire a noi stessi e agli altri in ordine, puliti, eleganti, belli, si va in palestra. Si pensa che per incutere  timore sia necessario gonfiare i muscoli  e che per difendersi efficacemente sia necessario sviluppare  aggressività cattiva. Si sottovalutano quegli aspetti di duttilità della  mente, di capacità di ampliare gli orizzonti che attraverso stimoli corporei, percezioni nuove di noi stesse, la mente può elaborare.  

Una donna è capace di grande sopportazione, soprattutto se di mezzo ci sono le persone a lei care, di trattenere la rabbia e di far fronte alla propria frustrazione per il quieto vivere familiare, ma nel momento in cui dovrà attivarsi anche fisicamente per proteggersi da un’aggressione, peggio se in famiglia, novantanove su cento si renderà ‘incapace’, bloccata da una cultura atavica che è diventata un istinto a proteggersi solo in modo passivo.

Le donne, come tutte le persone,  sono inclini a percepire solo ciò di cui sono convinte. Se sono convinte di essere ‘deboli’, svantaggiate, vulnerabili, ignoreranno tutti i modi in cui potrebbero essere diverse. Così il sistema percettivo depenna a monte ciò che non fa parte del bagaglio della mente, delle sue  convinzioni,  dei suoi valori. È così che le donne si sentono deboli e rappresentano a se stesse come un disvalore l’aggressività intesa “come quella disposizione istintiva che orienta a conquistare e a difendere il proprio territorio fisico, psichico e sociale nelle sue forme più diverse, o, in altri termini, quell’istinto che guida a riconoscere, ad affermare e a proteggere la propria identità”, per dirla con Marina Valcarenghi, autrice del bel libro L’aggressività femminile, Bruno Mondadori.

 Se iniziassimo a conoscere meglio il nostro corpo, a sviluppare la nostra sensibilità fisica e quindi ad ascoltarci in modo più attento, potremmo iniziare a scoprire una realtà diversa a partire dalla nostra percezione corporea. Una realtà quindi molto più vicina a noi che non quella filtrata dalla cultura dominante.

Ci conviene  imparare ad ascoltare il corpo. Il corpo è il regno della consapevolezza. L’energia va dove va l’attenzione.     

Coloro il cui corpo è sveglio, agile, possono beneficiare di una moltitudine di doni. Grazie al modo in cui il corpo stimola l’anima, essi possiedono più profonda visione, più rapido ingegno e più acuto giudizio. Parole di Kant in Storia Naturale Universale

Di certo le donne molto potrebbero avvantaggiarsi di una più profonda visione della loro reale situazione di disparità nel riconoscimento sociale, di un più rapido ingegno nell’escogitare strategie per uscirne, di un più acuto giudizio per legittimarsi finalmente le loro giuste aspirazioni.

Da dove comincia la fiducia in se stessi? Molti pensano che essa origini da meccanismi esclusivamente psicologici, e si sbagliano. L’autostima viene prima di tutto dal rapporto col nostro corpo: più ci fidiamo di esso, più riteniamo che in noi esistano risorse naturali a cui possiamo attingere,  più stiamo meglio con noi stesse e con gli altri.

Io voglio che l’ intenzionalità e l’attenzione che io rivolgo al mio corpo in azione mi faccia scoprire altri orizzonti, stimoli altre energie che dal corpo e solo dal corpo posso realisticamente aspettarmi.  Quando circola linfa nuova, la fiducia in se stesse aumenta.  È vero che tutti abbiamo bisogno del riconoscimento altrui, ma cominciamo pure ad allenarci anche all’autoriconoscimento attraverso il contatto diretto con le nostre energie difensive.

Da diversi anni proponiamo un percorso di questo tipo anche per le giovani donne delle scuole superiori, dove  l’applicazione delle tecniche  è  stata accompagnata da momenti di scambio di vissuti, percezioni, emozioni, riflessioni. Momenti preziosi perché stimolati dall’esperienza corporea dell’applicazione delle tecniche.

 A partire dagli stimoli inediti che il mobilitarsi fisicamente a propria protezione, in modo quindi attivo, le ragazze percepivano, si poteva affrontare in modo “più corporeo” concetti quali azione/reazione, aggressività/aggressione, istinto/disciplina, o controllo disciplinato, tutti concetti che con gli adolescenti non è facile affrontare in modo astratto. Non è facile e probabilmente poco efficace.  

A partire da lì si è potuto aprire la strada per discutere e informare sul grande tema della disparità che ancora le donne subiscono, disparità a loro danno, ovviamente, di cui i ragazzi a scuola non hanno alcuna idea, perché la scuola è un luogo dove le discriminazioni di genere non sono ancora percepite. Anzi, siccome solitamente la ragazze sono più brave, nessuno nega loro i voti più alti, il riconoscimento di risultati migliori.

 Dal monitoraggio dell’esperienza con le giovani donne degli istituti superiori emerge che le ragazze hanno tratto giovamento in quanto si sono sentite più sicure, hanno posto maggiore fiducia nelle proprie forze, maggiore senso di responsabilità delle proprie reazioni, maggiore lucidità nel valutare il pericolo, nel sapersi misurare, nella scelta sul da farsi.

 Alcuni punti base della difesa personale:

  1. non temere di danneggiare l’aggressore – bisogna danneggiarlo nella misura necessaria per darsi tempo e modo di mettersi in riparo (non di rado le donne si prendono cura di chi le danneggia)
  2. agire in propria difesa anticipando le mosse dell’aggressore (acutezza di percezione e rapidità di scelta)
  3. superare la fatica mentale di utilizzare tutto il corpo
  4. muoversi a partire dal proprio baricentro

 L’autodifesa ha a che vedere ampiamente con il darsi il permesso di essere assertive in qualsiasi situazione si scelga di esserlo e con la capacità di stabilire i propri confini, il proprio spazio di inviolabilità.

 In estrema sintesi un corso di difesa personale permette alle donne di

  1. incrementare l’ empowerment
  2. ridurre l’impatto della paura e del senso di impotenza in situazioni di intimidazione
  3. acquisire maggiore capacità di presenza fisica
  4. recuperare motivazione a investire le proprie migliori energie nel salvaguardarsi